Leggendo online L'Unità mi è capitato un interessante articolo in merito al "manager responsabile". Si tratta di una figura di origine anglosassone (e te pareva...), il c.d. CSR Manager, volta a massimizzare il profitto aziendale in un'ottica etica ed in modo armonioso con tutti i portatori di interesse, ovvero gli stakeholders, quali per esempio i dipendenti, i sindacati, le ong, le amministrazioni locali.Tra le svariate funzioni della figura anche e soprattutto quella di favorire il dialogo tra le varie parti.
Secondo le stime si tratta di un ruolo aziendale destinato a crescere, al punto che sono previsti dei corsi di formazione mirati alla creazione di nuove capacità.
La notizia è incoraggiante e allo stesso tempo segna un'inversione di tendenza rispetto al trend iniziato negli anni '90 e cresciuto nei primi anni 2000. Quando studiavo economia aziendale, un mio professore (nonchè stimato professionista a livello nazionale ed internazionale) era solito incensare il ruolo dell'impresa quale semplice fulcro di contratti, tale per cui prendi un capannone in affitto, i macchinari in leasing, i dipendenti con somministrazione di lavoro, il marketing terzializzato (come tutti gli altri principali servizi) e il gioco è fatto: sei imprenditore e padrone di nulla. E libero dal peso della responsabilità sociale che, a mio avviso, deve inderogabilmente essere legata a doppio filo a chi fa impresa o la gestisce.
Gli anni di liberismo estremizzato hanno portato a comportamenti spesso discutibili, alcune volte riprovevoli. Imprenditori improvvisati e con pochi scrupoli che, usando le pieghe di un sistema povero di controlli e con un'etica diffusa realmente ai minimi termini, si infilavano in business mordi e fuggi, arraffando l'arraffabile. Perchè tanto il conto, quello vero e reale, lo paga qualche altre poveraccio.
Gli anni di liberismo estremizzato hanno portato a comportamenti spesso discutibili, alcune volte riprovevoli. Imprenditori improvvisati e con pochi scrupoli che, usando le pieghe di un sistema povero di controlli e con un'etica diffusa realmente ai minimi termini, si infilavano in business mordi e fuggi, arraffando l'arraffabile. Perchè tanto il conto, quello vero e reale, lo paga qualche altre poveraccio.
Sia esso il lavoratore a tempo determinato lasciato in mezzo alla strada, sia la banca cui i crediti non vengono corrisposti e che si deve limitare a recupare le 4 lire di capitale sociale.
Per come sono stato educato, aziendalmente parlando, fare impresa è una massimizzazione di profitto. Per come sono cresciuto, umanamente parlando, con famigliari dipendenti di aziende solide ed etiche, fare azienda è diverso. E' crescere con i propri dipendenti, mettendoli nella condizione di poter lavorare serenamente. I miei famigliari hanno avuto la fortuna di avere lavori in contesti in cui l'azienda forniva l'asilo, la colonia estiva, la casa di riposo.
Per come sono stato educato, aziendalmente parlando, fare impresa è una massimizzazione di profitto. Per come sono cresciuto, umanamente parlando, con famigliari dipendenti di aziende solide ed etiche, fare azienda è diverso. E' crescere con i propri dipendenti, mettendoli nella condizione di poter lavorare serenamente. I miei famigliari hanno avuto la fortuna di avere lavori in contesti in cui l'azienda forniva l'asilo, la colonia estiva, la casa di riposo.
Aziende etiche, fatte per durare nel tempo, gestite con il cuore, oltre che con il cervello. E con il fegato, di sapersi accollare rischi derivanti da costi "sociali" più alti.
